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Antiossidanti, la ricchezza del caffè

Le nostre abitudini di Cecilia Ranza, repubblica.it

Aromatico, tonificante? Ormai non basta. Nella tazza di caffè sono gli anti-ossidanti ad assicurare una marcia in più. Si chiamano acidi clorogenici, parenti stretti dei flavonoidi (gli antiossidanti del thè, verde e nero, del vino rosso e dell’uva, del cioccolato amaro), perché fanno parte della stessa, grande famiglia dei polifenoli. Dimostrano oggi di avere le carte altrettanto in regola, almeno stando all’incontro di aggiornamento promosso a Milano dalla Nutrition Foundation of Italy. “Gli acidi clorogenici agiscono neutralizzando direttamente i radicali liberi, coinvolti nell’accelerazione dell’invecchiamento organico” afferma Augustin Scalbert, Unità di ricerca sulla Nutrizione umana all’Inra (l’Istituto francese per la ricerca agronomica e alimentare) di Clermont-Ferrand. “Ma stiamo dimostrando anche la loro capacità di stimolare le cellule stesse a produrre enzimi antiossidanti”.
In Italia Fausta Natella, dell’Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione (Inran), ha già dimostrato che gli acidi clorogenici riducono l’aggressività del colesterolo cattivo, rendendo le Ldl più resistenti all’ossidazione, primo passo verso la formazione della placca. Mentre dalla Finlandia, il maggior consumatore mondiale con 14 kg pro capite all’anno (in Italia se ne bevono 6 kg), vengono le osservazioni sulla correlazione tra assunzione di caffè, soprattutto decaffeinato, e minor rischio di sviluppare il diabete di tipo 2 (quello dell’adulto).
“Oltre le tre tazze, indipendentemente dal contenuto di caffeina, la riduzione del rischio raggiunge anche il 33 per cento ed è più evidente nelle donne in post-menopausa” precisa Francesco Visioli, dell’Università “Pierre et Marie Curie” di Parigi. Ancora merito degli antiossidanti sarebbe invece la protezione esercitata dal caffè sul fegato più fragile, quello dei forti bevitori: “Dopo aver seguito 125 mila soggetti alcol-dipendenti, si è visto che chi consumava più caffè migliorava i risultati delle analisi di funzionalità epatica e riduceva perciò drasticamente il rischio di cirrosi. Ancora, secondo una metanalisi pubblicata da ricercatori italiani, il consumo abituale di caffè in una popolazione sana diminuirebbe fino al 41 per cento il rischio di carcinoma epatocellulare” riporta Visioli. Mentre il caffè come tale (cioè completo di antiossidanti e caffeina) sembrerebbe correlabile anche a un minor rischio di sviluppare il morbo di Parkinson. “Questi ultimi dati sono interessanti, ma da confermare e chiarire” aggiunge Visioli. Ci si può chiedere che fine abbiano fatto gli studi sul possibile ruolo negativo del caffè non decaffeinato nei confronti della salute cardiaca, che in passato hanno penalizzato il piacere della tazzina.
Visioli snocciola le osservazioni più recenti: “C’è stato un forte ridimensionamento, soprattutto a favore del consumo regolare e moderato, probabilmente grazie all’assunzione continua di antiossidanti”.

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